Quando si parla di investimenti sostenibili, la mente corre tipicamente all’approccio ESG, acronimo che  racchiude 3 importanti declinazioni, della sostenibilità (ambientale, sociale e di governance). In realtà, il tema è ancora più complesso e i possibili approcci eterogenei, così ,come i punti di contatto con la finanza etica o che segue precetti religiosi

 

Seppur fanno riferimento a mondi e filosofia di vita molto diversi tra loro, c’è un filo conduttore che lega gli investimenti realizzati nel rispetto dei principi religiosi, siano essi cattolici o ispirati all’Islam.

Certamente in comune hanno i principi di fratellanza e di giustizia distributiva e le limitazioni nel ricorrere a certe attività e pratiche come i divieti ad investire in attività contrarie ai principi etici o in aziende attive nella contraccezione e nella ricerca delle cellule staminali.

 

Ai 17 obiettivi ESG dell’Onu (che vanno dal superamento della povertà alla lotta contro il cambiamento climatico) il documento della Cei affianca altre finalità: proteggere la vita e la dignità umana in tutte le sue forme, favorire l’emancipazione del lavoro femminile, sostenere la famiglia con figli e le relative politiche di welfare, ridurre la produzione di armi, perseguire la giustizia economica e incoraggiare la responsabilità aziendale.

 

A certificare la conformità dei portafogli d’investimento c’è il sigillo Nummus. Questa etichetta vale un anno e può essere rinnovata, certifica la coerenza degli strumenti finanziari, delle esclusioni e del processo di investimento.

Nummus nasce nel 2013 per fornire un efficiente e puntuale aiuto al monitoraggio di portafogli d’investimento sia di natura mobiliare che immobiliare fornendo analisi obiettive sia sull’esposizione ai diversi rischi finanziari assunti dal portafoglio, sia sulla performance ottenuta in termini assoluti

A partire dal 2016 Nummus svolge anche un servizio di monitoraggio da un punto di vista etico, analizzando gli strumenti presenti all’interno del portafoglio dell’investitore.

 

Quando si parla di finanza islamica si intende l’insieme di strumenti finanziari, istituiti giuridici e imprese che seguono i dettami della Shari’ha. Questi si basano su alcune interpretazioni del Corano e il suo pilastro centrale è che dagli strumenti utilizzati non si possono ottenere interessi, ma partecipare agli utili o le perdite del progetto finanziato e che bisogna effettuare investimenti socialmente responsabili o leciti. La legge islamica vieta gli investimenti speculativi, come quelli legati al carry Trade o all’arbitraggio. Questo per evitare l’utilizzo della leva finanziaria, i fondi di investimento islamici escludono le società il cui rapporto tra debiti e capitali sociali è superiore al 30%. Limitazioni alla scelta dei settori arriva dall’ Haram , ovvero quelle attività economiche definite illecite. Il termine significa letteralmente proibito e nella finanza islamica indica tutte quelle attività economiche che risultano immorali secondo la legge sacra della serie: gioco d’azzardo, armi, droghe, alcol, pornografia, terrorismo e ogni attività relativa alla produzione di carne di maiale.

Il suo strumento più noto sono i sukuk: certificati di investimento conformi alla Shari’ah, un po’ come l’equivalente delle obbligazioni, ma a differenza di questi devono corrispondere a un certo progetto, di solito un progetto immobiliare o infrastrutturale. Quindi, mentre un’obbligazione convenzionale è una promessa di ripagare un debito, i sukuk sono costituiti  della proprietà di una quota, parte di un investimento, asset o debito. Strumenti per ora accessibili solo agli investitori istituzionali.