Dopo quattro giorni e quattro notti di intensi negoziati, i Ventisette paesi dell’Unione europea hanno finalmente trovato un accordo sul prossimo bilancio comunitario

a cui è associato un controverso ma originale Fondo per la ripresa, del valore di 750 miliardi di euro (di cui poco più di 200 potrebbero essere convogliati in Italia).

L’intesa è «realmente storica» lo ha detto anche  il presidente del Consiglio europeo Charles Michel in una conferenza stampa all’alba di martedì 21 luglio.

In pillole, il bilancio per i prossimi sette anni avrà un valore di 1.074 miliardi di euro. Il Fondo per la Ripresa, che raccoglierà 750 miliardi di euro sui mercati, distribuirà sussidi per 390 miliardi e prestiti per 360 miliardi.

L’intesa è memorabile perché per la prima volta i Ventisette danno mandato alla Commissione europea di indebitarsi a loro nome per una somma ingente. Il nuovo debito in comune dovrebbe indurre i Ventisette a creare nuove tasse europee in vista del suo rimborso.

L’accordo dovrà essere ratificato a livello nazionale e approvato dal Parlamento europeo.

Per quanto riguarda l’Italia, sul fronte finanziario il governo Conte è riuscito a strappare circa 80 miliardi di sussidi e 120 miliardi di prestiti. Rispetto alla proposta della Commissione europea,

l’ammontare dei sussidi rimane pressoché invariato perché è stata introdotta una modifica alla chiave di ripartizione che in qualche modo avvantaggia l’Italia,

nonostante un calo delle sovvenzioni totali (da 500 a 390 miliardi). Il paese tuttavia dovrà accettare forme più intrusive nella gestione del denaro.

Il Fondo per la Ripresa distribuirà risorse tra il 2021 e il 2023, e rimarrà in vita fino al 2026. Il rimborso del denaro preso a prestito deve iniziare dal 2027.

Da qui ad allora, i Ventisette dovranno mettersi d’accordo per garantire al bilancio comunitario nuove risorse proprie. «Per la prima volta nella storia europea, il bilancio è collegato agli obiettivi climatici, per la prima volta il rispetto dello stato di diritto diventa una condizione per la concessione di fondi», ha spiegato sempre  il presidente Michel.

 

 

 

 

La necessità di velocizzare un’Europa notoriamente lenta, per intervenire con l’erogazione rapida di ingenti risorse per rilanciare la crescita e salvare posti di lavoro dopo il trauma della pandemia, ha fatto prevalere la linea indicata fin da subito da Angela Merkel: utilizzare gli strumenti e le norme già esistenti per marciare a passo spedito.

La difficoltà di questi giorni nel trovare la quadra tra prestiti e sussidi del Recovery Fund è la conferma che un eurobond per la crisi del coronavirus sarebbe stato inghiottito dalle sabbie mobili della politica europea. Pur semplificato al massimo, però, il Fondo per la ripresa resta di straordinaria complessità.

 

È indubbio che 750 miliardi siano una cifra storica, anche per le spalle larghe del mercato dei capitali. La Commissione diventerà nei prossimi due-tre anni il più grande emittente sovrannazionale europeo.

Il rimborso dei 750 miliardi, invece, dovrà essere finanziato con altre risorse proprie, altre tasse europee: in prima linea la Digital Tax su giganti come Google, Apple, Amazon, Facebook, e poi la tassa sulle emissioni di Co2. E se queste non dovessero bastare, la creatività fiscale dovrà spingersi oltre.

 

 

 

Tutto si dovrà fare, sostengono con vigore gli europarlamentari che si occupano del budget a lungo termine, pur di non sottrarre fondi all’Mff, che è già inadeguato rispetto alle grandi sfide dell’Europa, che non sono solo quelle dell’emergenza Covid-19, ma riguardano tutti gli obiettivi di lungo termine elencati dall’ambizioso programma del semestre tedesco: digitale, difesa, sovranità nella sanità, sostenibilità ed ecologia.

Nei prossimi mesi vedremo come proseguirà questo storico momento dell’Unione europea.

 

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