Nel 1974, il demografo americano Richard Easterlin pubblicò un saggio destinato a diventare famoso. In quel lavoro veniva analizzata la relazione tra ricchezza pro-capite e benessere soggettivo.

I risultati furono eclatanti, tanto da andare a costituire quello che oggi è noto come “Paradosso di Easterlin” o “Paradosso della felicità”.

Secondo Easterlin, la vera felicità delle persone dipende molto poco dalle variazioni di reddito e di ricchezza.
L’esperto di economia ha osservato che quando aumentano reddito e benessere economico la felicità umana aumenta, ma solo fino ad un certo punto, e poi comincia a diminuire seguendo una curva ad U rovesciata.

Il paradosso sta nel fatto che, mentre gli individui  ricchi all’interno di un paese sembrano essere più felici degli altri, la felicità non sembra aumentare con il reddito quando si considera un paese nel suo complesso.

I primi due fattori suggeriscono che, una volta che i fabbisogni primari sono soddisfatti, un maggior reddito pro capite non aumenta la felicità.

 

Ci sono stati numerosi tentativi di spiegare il paradosso di Easterlin. Ad esempio, secondo la teoria dell’adattamento, quando acquistiamo un nuovo bene di consumo viviamo un miglioramento temporaneo ma poi la nostra sensazione di benessere ritorna al livello precedente. Questo perché ci adattiamo in poco tempo alla nostra nuova condizione e dopo un po’ desideriamo cambiare e avere di più.

Un’altra spiegazione per il paradosso di Easterlin è l’innalzamento del nostro livello di aspirazione al consumo. Ad un certo punto, dopo aver accumulato un determinato numero di beni, non siamo ancora soddisfatti e vogliamo sempre di più. La valutazione della felicità diventa molto soggettiva e nello stesso tempo legata a ciò che possediamo. Ci sentiamo felici dopo aver comprato un paio di scarpe nuove ma dopo qualche tempo questa sensazione di benessere svanisce e la tentazione di appagarci con un altro paio di scarpe diventa sempre più forte.

 

A porre ordine pensano i premi Nobel Angus Deaton e Daniel Kahneman, che pongono una distinzione tra i due modi in cui un persona può dirsi felice e come il reddito pro capite influenza tale felicità.

 

Angus Deaton, Premio Nobel per l’Economia 2015
  • Esiste un benessere emotivo, inteso come frequenza e intensità di esperienze come gioia, stress, tristezza, rabbia e affetto che rendono la vita piacevole o spiacevole. Il benessere emotivo sembra aumentare con il reddito pro capite perché un basso reddito accentua il dolore emotivo associato con eventi drammatici come il divorzio, la mancanza di salute e la solitudine. Ma solo fino ad un certo punto, non c’è alcun miglioramento oltre un reddito annuo di circa 75.000$ (esperimento condotto nel 2009).
  • Esiste poi una soddisfazione esistenziale, l’autovalutazione di un individuo circa la propria soddisfazione esistenziale sembra essere correlata più fortemente con il reddito.
Daniel Kahneman, Premio Nobel per l’Economia 2002

Deaton e Kahneman concludono che un elevato reddito porta a una maggiore soddisfazione esistenziale, ma non necessariamente ad una maggiore felicità.

 

Infine, quindi, per poter usare le misure del benessere come guida, è necessario prima comprendere e scegliere quale, tra la soddisfazione esistenziale e il benessere emotivo, sia la più adatta allo scopo.

Perché la vera ed unica domanda, a cui nessun economista potrà mai rispondere, non è quanto denaro serva per essere felici, ma: che cos’è la felicità?

 

 

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